Presentazione di Andrea Mancini di Ostaggi di Pace
xIn viaggio
Quella che segue è una nota in due parti, per raccontare il mio rapporto con un lavoro teatrale, ma soprattutto con due persone Akram Telawe e Giuliana Mettini. La prima riguarda lo spettacolo di cui si pubblica il testo, la seconda fa invece riferimento ad un percorso costruito a partire dallo spettacolo realizzato da Akram il 5 febbraio 2005 a San Francesco, con il coro “Insieme per caso” diretto da Fabrizio Berni. È su invito dello stesso Berni, oltre che dell’Assessorato alle politiche sociali del Comune di San Miniato, che ho fatto ripartire un percorso iniziato da Akram (con il quale avevo in piccola parte collaborato fin dall’inizio). “In viaggio con gli ostaggi di pace”, questo il titolo del nuovo spettacolo che il gruppo “Insieme per caso” ha deciso di portare in giro, naturalmente senza Akram, senza Giuliana e senza Ronnye Wertheimer, il DJ israeliano, grande amico di Akram. Uno spettacolo assai diverso dunque, ma che vuole almeno conservare l’idea del workshop iniziale.
1.
Ostaggi di pace è uno spettacolo ambizioso, soprattutto perché il tentativo è quello di ripartire da un punto zero, dall’inizio. Non so se dall’inizio del mondo, quando forse esisteva un paradiso ideale, o da subito dopo, poco prima della corruzione dell’uomo.
C’è, per capire quello che sto dicendo, un recentissimo film di Ken Loach, Un bacio appassionato. Il film è ambientato a Glasgow e parla in modo alla fine molto semplice e ‘leggero’, del rapporto tra una ragazza inglese, insegnante in una scuola cattolica e un giovane, nato in Inghilterra ma da una famiglia pakistana, che oltre ad avere conseguito una laurea fa anche il DJ in una discoteca. Il rapporto è messo continuamente in crisi dalle tradizioni a cui il ragazzo deve e vuole sottostare, tradizioni che vogliono un matrimonio combinato e una vita comunque diversa da quella dei ‘bianchi’. La ragazza guarda a queste regole prima con ironia e con una certa superiorità, poi con notevole irritazione. Ma ben presto sarà proprio lei che dovrà almeno in parte ricredersi, quando anche il suo ambiente attiverà rigidissimi e assurdi meccanismi di protezione contro il rapporto tra i due. Un film intenso, un film didattico, alla Brecht, che alla fine porta avanti una soluzione alla quale tutti noi dovremo adeguarci: bisogna cioè, ogni volta, ripartire da capo, se vogliamo trovare soluzioni nuove, ma soprattutto dobbiamo lasciare che la nostra vita cambi.
Nel mondo attuale la convivenza tra le persone è possibile – spesso è anche auspicabile, perché arricchisce, perché modifica – solo a patto che ognuno cambi, almeno in parte, i propri modi di vivere, le proprie tradizioni, i propri comportamenti, soprattutto quelli sociali.
Ostaggi di pace vuole dire anche questo: un palestinese, un israeliano, un gruppo di italiani, viaggiano su un autobus che si muove verso la pace. Quando arriveranno non saranno più gli stessi, i personaggi, ma anche gli attori chiamati a interpretare lo spettacolo, e a convivere per qualche mese, a comprendersi e a maturare insieme.
Anche dal punto di vista formale Ostaggi di pace rappresenta una novità, quasi che il modo di fare teatro, dopo questo ‘incontro’, non fosse più lo stesso. Un incontro tra mondi, genti, comportamenti, e soprattutto un incontro di lingue, di parole, musiche, canti.
Ne è nato uno spettacolo di “Musica da vedere. Teatro da ascoltare”. Un’emozione, per essere tutti Ostaggi di pace.
2.
In viaggio con gli ostaggi di pace, il teatro riprende a muoversi, Ronnie è tornato a Tel Aviv, Akram e Giuliana sono ancora in Italia, ma hanno iniziato un altro percorso, io mi ritrovo con un gruppo di musicisti che mi chiede di riprendere le fila di uno spettacolo che li ha molto toccati, abbiamo una data fissata a Pontedera il 14 maggio, e pare che Akram non sia disponibile perché ha ripreso l’idea degli Ostaggi di pace e sta lavorando ad una nuova produzione con Armunia.
Dunque inizio il lavoro e subito nasce il problema di una serie di presenze forti che purtroppo adesso mancano, soprattutto un medio oriente continuamente evocato nei corpi, nelle parole, nei suoni e nei movimenti. Rifletto a lungo, cambio idea molte volte, poi decido di eliminare tutto, o meglio di trasformare tutto in un sogno, un sogno di un gruppo di turisti, durante un viaggio a Gerusalemme, davanti ad una Maga, morta, ma ancora viva nella polvere della città.
Ne nascerà un lavoro ancora molto bello, che oltre a conservare un testo comunque redatto da Akram e Giuliana, ne chiarisce anche alcuni punti, restando comunque assai evocativo. Un testo che chiaramente resta fuori da questo libro dedicato alla straordinaria esperienza di Akram e di Giuliana, generosi anche nel lasciare al gruppo “Insieme per caso”, la libertà di continuare il viaggio, la libertà di raccogliere la testimonianza di alcuni spettatori, che dopo aver visto ambedue le versioni, sono venuti a farci i complimenti, per l’intensità che nello spettacolo era stata comunque mantenuta.
Andrea Mancini


