Ostaggi di Pace - Il Coro

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Insieme per caso, ostaggi di pace

 

Tratto dal libro  "Ostaggi di pace" a cura di Marina Rossi, Titivillus Edizioni 2005
www.titivillus.it
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Sono passati circa due anni da quando decidemmo di aderire come associazione, la prima nel nostro comune, al progetto “San Miniato incontra Betlemme”. Ci sembrava un bel progetto, quello del Comune di San Miniato, un bel modo di dimostrare solidarietà a due popoli in guerra, invischiati in una terribile spirale di odio, un modo per  sentirli  un po’ più vicini a noi.
Ma come dare il nostro contributo?
La nostra associazione si occupa di musica, la strada da percorrere per noi non poteva che essere questa: questo è il nostro linguaggio, il nostro veicolo d’espressione. Siamo un coro che esiste ormai da più di dieci anni, un coro che nel tempo ha avuto una costante crescita e maturazione artistica, grazie al Maestro Fabrizio Berni, direttore e fondatore, un coro che è stato poi affiancato negli ultimi anni da una band di validi musicisti e da un corpo di ballo. Ma questa volta volevamo offrire qualcosa di più di un semplice concerto. Così il Maestro Berni decise di coinvolgere il regista palestinese Akram Telawe, con il quale aveva già lavorato e del quale aveva già avuto modo di apprezzare le capacità, per tentare di ideare uno spettacolo che spaziasse dalla musica, alla danza, alla recitazione. Akram inserì la sua compagna, il soprano Giuliana Mettini e il suo amico israeliano Ronny Wertheimer.
Il progetto fu accolto con grande entusiasmo sia dal Comune che dalla Regione Toscana.
Cominciava così per noi un’avventura del tutto nuova.

Prima di cominciare la preparazione dello spettacolo, abbiamo avuto un incontro, fortemente voluto da Akram, con una delegazione di ragazzi dell’università di Betlemme ospitati dal comune di San Miniato nell’Ottobre del 2004, che hanno dato un contributo importantissimo al nostro lavoro, raccontando la loro storia, aiutandoci a comprendere il loro punto di vista e la situazione attorno alla quale avrebbe ruotato la nostra rappresentazione. Una rappresentazione che per i suoi contenuti ed obbiettivi ovviamente non poteva prescindere da questa realtà.
Nessuno di noi aveva mai avuto esperienze in teatro. Ci siamo avvicinati a questa nuova prova con grande entusiasmo, ma anche con molta timidezza, con molti timori. Ci dovevamo davvero mettere in gioco. Tutti: coristi, musicisti, ballerini, lo stesso maestro Berni. A tutti veniva chiesto qualcosa in più rispetto al solito.
Abbiamo cominciato dalla musica, vero cuore dello spettacolo. Prima di tutto con la ricerca nel nostro repertorio di alcuni brani da inserire. Questi brani avrebbero dovuto essere un po’ il nostro biglietto da visita e rappresentare l’identità e la cultura dei personaggi che avremmo interpretato: un gruppo di pellegrini italiani in viaggio a Gerusalemme, destinati a incontrare la cultura e la musica islamica ed ebraica.
Abbiamo scelto lo spiritual “Diden’t my Lord Deliver Daniel?”, ispirato ad alcuni episodi dell’Antico Testamento e denso di implicazioni filosofiche. Nel testo si ripete quasi ossessivamente “Il mio Signore non liberò Daniele dalla tana del leone, i ragazzi ebrei dalla fornace infuocata, Jonah dalla pancia della balena? E allora perché non un uomo qualunque?”. Lo cantavano gli schiavi neri d’America, ed è facile riconoscervi uno dei temi guida dello spettacolo: perché in questa terra martoriata non si verifica oggi, che ce ne sarebbe tanto bisogno, uno di questi “miracoli”? Siamo noi che dobbiamo deciderci ad agire. E poi il brano “This little babe”, tratto da “A Ceremony of Carols” del compositore inglese Benjamin Britten (1913-1976) su un testo di Robert Southwell (1561?-1595) che parla della nascita di Gesù, descritto come un piccolo bambino che combatte il male non con le armi ma con le sue lacrime, non con la forza, ma con la sua fragilità, uscendo infine vincitore. Parole che stanno bene in bocca ad un immaginario gruppo di pellegrini che si trovano loro malgrado nel bel mezzo di un conflitto con il quale dovranno confrontarsi, usando come armi  solo la forza e il potere della musica. Infine “Ave Maria Guaranì” di Ennio Morricone, una pagina estremamente intensa, tratta dalla colonna sonora del film “The Mission”. Tutti brani in cui forma e contenuto si fondono perfettamente.
Il secondo passo nell’allestimento dello spettacolo è stato la preparazione dei canti ebraici e arabi proposti da Akram e Giuliana. Ci siamo dovuti confrontare non solo con lingue diverse, ma anche con un diversi linguaggi musicali.
Infine, tutto questo andava inserito nella rappresentazione. Ci veniva richiesto di calarci dentro la storia, di accompagnare al canto il movimento del corpo, con una precisa intenzione, ad alcuni di noi di recitare delle battute. Ci siamo “buttati”, semplicemente, dando fiducia ad Akram, e passo dopo passo, con il suo aiuto, siamo riusciti a superare le nostre reticenze, la nostra timidezza,   lasciandoci coinvolgere sempre di più in questa avventura. Alla fine su tutto hanno prevalso la voglia di mettersi in gioco, l’entusiasmo di avvicinarsi ad un mondo per noi completamente nuovo, il contesto ricco di stimoli in cui ci trovavamo. Vedere, per esempio, nell’ultima settimana di prove prima dello spettacolo, Akram e Ronny lavorare fianco a fianco, è stata per tutti una grande emozione. Vederli abbracciarsi in scena, un palestinese e un israeliano, era qualcosa di “istruttivo”, qualcosa che dava speranza, l’eccezione che distrugge il sistema.

I nostri personaggi, nel testo, fanno un viaggio. Partono in un modo, con delle aspettative, carichi di pregiudizi; arrivano diversi, cambiati, dopo essersi confrontati da vicino con un’altra realtà, molto complessa. All’inizio hanno paura, stanno aggrappati ognuno alla propria valigia, alla propria identità, come a volerla preservare pura, poi con coraggio, con compassione, decidono di lasciarsi contaminare e scoprono qualcosa anche di loro stessi, della loro stessa cultura, qualcosa che non sapevano di essere. Decidono così perché è l’unica scelta possibile, perché è “una missione alla quale nessuno può sottrarsi”. Questo è quello che è successo anche noi, nella realtà. Non siamo più gli stessi, ci sentiamo più ricchi.
Con questo bagaglio di esperienza, artistica ed umana, abbiamo affrontato la seconda sfida: “In viaggio con gli ostaggi di pace”, questa volta insieme ad Andrea Mancini. Sentivamo di non aver ancora terminato il nostro viaggio, di avere ancora qualcosa da dare, di avere ancora qualcosa da imparare. L’assenza di Akram, Ronny e Giuliana ha lasciato un vuoto che abbiamo dovuto riempire con i nostri mezzi, siamo stati coinvolti ancor più direttamente e ci è stato richiesto un impegno forse ancora maggiore. Crediamo ne sia valsa la pena. E il viaggio continua.